[Letture] Laura Carroli – Schiavi Nella Città Più Libera Del Mondo (AgenziaX, 2021)

Abitando a Bologna e frequentando circuiti punk, difficile non essersi imbattuti in una signora dall’apparenza minuta e dimessa, ma che non manca mai di essere importunata da qualche appassionato, magari con taccuino d’ordinanza alla mano, consapevole della miniera di informazioni estraibili da quella preziosissima testa bionda. Laura Carroli è ben più che una reduce/sopravvissuta: è la memoria storica di un’intera scena, una biblioteca vivente che ha finalmente deciso di aprire il suo sconfinato archivio di materiali e ricordi. I picareschi viaggi a Londra, l’incontro con Jumpy, la contestazione dei Clash a Piazza Maggiore, i concerti dei RAF Punk a zonzo per l’Emilia, il pellegrinaggio alla “Dial House” dei Crass a Epping, la fondazione della Attack Punk Records, il decisivo incontro con i CCCP, la battaglia di Comiso, ma anche gli avvilenti turni alle Poste, le incomprensioni con i genitori, le insicurezze sul proprio aspetto, le amicizie e gli amori che sbocciano e avvizziscono: questo e moltissimo altro è Schiavi Nella Città Più Libera Del Mondo, il testo forse definitivo sulla storia dell’anarcho-punk bolognese, inevitabilmente titolato come il ruvido Ep che nell’82 battezzò il movimento.

Raro racconto al femminile da una provincia dell’Impero che seppe farsi centro, cronologicamente rigoroso ma avulso da pretese storicistiche, puntellato com’è da digressioni filosofiche e confessioni a cuore aperto. Tra coming of age a ormoni sciolti, antiretorico amarcord generazionale e squinternato road trip, la Carroli inanella una scrittura dal taglio diaristico, vivida senza risultare affastellata, anzi ben tersa, non disdegnando incursioni libertine e fiammate immaginifiche d’ispirazione beat, alcune particolarmente felici (una su tutte, la visione autostradale degli specchietti dei tir “come corna di bisonti luccicanti”).

Proprio questa prosa “a mente fredda” è la maggiore qualità di un romanzo-saggio sereno e ironico, che non lascia scampo all’autocelebrazione nel narrare una storia in cui chiunque può identificarsi: che siano autoanalisi private o sconvolgimenti pubblici (strage del 2 agosto inclusa), tutto scorre in un flusso esistenziale scevro di enfasi ma non di passione. La punteggiatura tiene, ma qua e là viene volentieri sbalzata, assecondando compulsioni e convulsioni di questi pionieri affamati di aria nuova, belli e dannati come quel grande sole nero che è stato il punk. Quanto alle bollenti parentesi erotiche, gonfie di carne schiumante manco fossero fantasticate da un Bataille o un Apollinaire, recano il marchio inconfutabile di una vita divorata fino all’ultimo gemito.

Brilla una tenera ingenuità eppure una folgorante consapevolezza tra questi mohicani che “mangiano lattine e sputano lamette”, nutriti dalle ultimissime epifanie discografiche quanto da letture ereticali sempreverdi, affatto timorosi nel rivendicare una continuità con le avanguardie che prima di loro amarono quei romanzi proibiti (e vuoi vedere che il povero Greil Marcus di Lipstick Traces non meritava tanta acrimonia, con buona pace di quella canaglia di Stewart Home?). Tutta da godere, poi, l’immancabile colonna sonora interna, che rimbomba tra le pagine come fosse diffusa da appositi speaker, propagando in lungo e in largo Patti Smith, Ultravox!, Wayne County, Sham 69, UK Subs, Negative Trend, in una serrata playlist che non troverete su nessun servizio di streaming.

Emozionanti, per chi conosce i protagonisti, certi retroscena lontani dai riflettori (la rivelazione in cameretta di un Jumpy già intento a rubare i vestiti della madre), mentre è un brivido per tutti la collisione spesso fortuita con eventi che hanno ridisegnato il costume occidentale (il concerto d’esordio dei PIL al Rainbow di Londra nella notte di natale del ’78, battesimo della new wave). E se non sorprendono le apparizioni dei vari Miss Xox, Giorgio LavagnaSteno, Marco Philopat, Francesca Alinovi, Oderso Rubini, Red Ronnie, “Robertino”, ben più inaspettate sono quelle di Gino Fabbri, Libero Fantazzini, Roberto Roversi, in un megafono transgenerazionale della voce alternativa cittadina. La monumentale appendice fotografica, infine, completa con stile un volume appagante anche per gli occhi.

Se avete sempre sognato una mamma con i capelli viola, non avete che da farvi adottare. Nella sterminata letteratura punk italiana, un libro unico nel suo genere.

Autore: Laura Carroli
Titolo: Schiavi Nella Città Più Libera Del Mondo. La Storia Dei RAF Punk
Editore: AgenziaX
Pagine: 312
Prezzo: Euro 16,00

[lo trovi anche su Ondarock]

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