[Live Report] Savage Republic @ Freakout (Bologna) 11/01/2023

Nella giungla di Los Angeles è stata proclamata una repubblica indipendente, una Jonestown che non ha bisogno di predicatori e suicidi di massa. Il suo inno è il rintocco di un barile sfondato, il suo credo il tribalismo psichedelico. Visioni mediorientali, complotti internazionali, retorica dell’assedio proto-rave: questo e molto altro risuona nella batucada pagana dei Savage Republic, che sovrapponendo membrana e metallo hanno tessuto un nuovo prototipo di arazzo industriale.

Il dj set, vai a capire perché, rimastica indolenze in bassa fedeltà: Pavement, Sebadoh, Lemonheads. Quanto di più lontano dalla furia che inizia ad addensarsi già nell’allestimento del palco (su cui troneggia un imponente bidone metallico), confermata da una programmatica intro di percussioni stura-timpani. Non sono da meno il balzo felino di Nothing At All e il garage spaziale di Stingray, prime due scie di una “Meteora” passata inosservata.

Il lato gotico della faccenda si fa strada tra Newport ’86, atmosferica come le sonorità che andavano forti nell’anno del titolo, e una 27 Days sul filo del noise, rabbonita dal melodismo dronico di Hippodrome. La vocazione strumentale di questi brani conferma la natura ambiguamente rituale dei Savage Republic, sonorizzatori di acid test da cantiere avvolto nell’edera.

Le percussioni regnano sovrane nella marcia post-punk di Mobilization e nell’imboscata beduina di Siege, mentre il sirtaki di Trek mantiene la promessa di un lungo viaggio (lisergico), seppur scosso da urla urticanti. Come in un double-screen warholiano, il festino imperversa sia sopra che sotto il palco, tra la costante rotazione strumentale dei quattro e le danze scomposte di alcune spettatrici in trance.

Vibrazioni psichedeliche attraversano anche il deserto abbacinante di Spice Field, che sembra davvero sprigionare aromi speziati, mentre il riverberato surf di Bizerte Rolls è la carta più inattesa del mazzo, al punto che un paranoico Thom Fuhrmann si premura di mettere le mani avanti sulla traballante confidenza tecnica dei “non-musicisti nella band”.

Rimaniamo nei sixties con una O Adonis che pare pescata da Nuggets, travasando il ronzio ellenico della 12 corde anche nel torvo sabba di Year Of Exile, un ponte in rovina sul girone dei dannati. L’inconfondibile progressione di Ivory Coast e l’inno Next To Nothing, più primitivista che nichilista, provvedono dal canto loro a confortare gli irriducibili del primissimo periodo.

“Recording this in Chicago with Steve Albini was an amazing experience”, ci informano prima d’inforcare Siam, ma possono star sicuri che anche ascoltarla dal vivo non è affatto da buttare come esperienza. Anticipato dai tamburi di guerra di 1938, lo psicodramma di Procession, minacciosa chiusa del capolavoro Tragic Figures, non può che sigillare anche questa performance, frantumandosi in un drum circle collettivo che ricompone l’anello con gli spasmi dell’incipit. 

Le orecchie continueranno a fischiarmi per l’intera giornata successiva: non una lieta notizia, se di mestiere fai la fonica. Ma tutte le esperienze forti pretendono in pegno qualcosa, e l’accesso alla Repubblica Selvaggia è subordinato all’amputazione delle nostre certezze.

Setlist
1. Intro
2. Nothing At All
3. Stingray
4. Newport ’86
5. 27 Days
6. Hippodrome
7. Mobilization
8. Siege
9. Trek
10. Spice Fields
11. Bizerte Rolls
12. O Adonis
13. Year Of Exile
14. Ivory Coast
15. Next To Nothing
16. Siam
17. 1938
18. Procession

[lo trovi anche su Ondarock]

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