[Live Report] Altin Gün @ Locomotiv (Bologna) 16/11/2022

Live reporting, o dell’arte delle domande inesaudite. Il giornalismo musicale dubitativo par excellence, inforcando interrogativi spesso e volentieri quintessenziali. Iniziamo: se un live suona come un disco c’è da bearsene o da reclamare? Conta più la professionalità ad ogni costo o la capacità di suscitare emozioni? Le aspettative del pubblico vanno appagate o disattese?
Ora una domanda la pongo a voi: come ve lo immaginate un concerto degli Altin Gün? Danze orgiastiche tra percussioni e tuniche, in un tripudio di colore e calore profumatamente mediorientale, vero? L’ultima la rivolgo a me stessa: aspettarsi una sagra world tutta melismi al cumino e cordofoni esotici è sintomo di un malcelato pregiudizio etnocentrico?

Eppure la fons et origo del sestetto (che, è bene ricordarlo, esibisce passaporto olandese e non turco) nasce bastarda: l’Anatolian rock impersonato dallo stempiato Erkin Koray, il Jimi Hendrix dello Stretto dei Dardanelli, è di fatto un ping pong tra i due lati della Sublime Porta. Perché allora sorprendersi tanto, sapendo che non parliamo di un ensemble di musica popolare (brr), ma di un gruppo rock con una conclamata reputazione internazionale?

A scanso di equivoci, gli Altin Gün sono una band di inattaccabile levatura: competenza strumentale fuori discussione, cura maniacale per i timbri, sound più solido delle mura di Costantinopoli. Hanno il mestiere di chi batte a tappeto locali di ogni dimensione, e si sente tutto. Appunto: se questo finisse con l’essere il loro limite?
Sarà per la vaga somiglianza tra Erdinç Ecevit Yıldız e Kevin Parker, ma questi Altin Gün on stage mi hanno ricordato sin da subito i Tame Impala, la band che più associo alla resa live da press play. Suonano come Allah comanda, ma con la piatta freddezza di chi non circumnaviga gli strati di una formula (ritmica disco + chitarre funk + armonie turco-psichedeliche + tastiere wave) che smette di essere vincente quando è reiterata per un’ora e mezza.

C’è un altro punto: la psichedelia non dovrebbe indurre visioni, trance, quando non convulsioni? Le (peraltro poche) divagazioni dei sei giannizzeri somigliano a un dj set estroso più che a una fuga lisergica, forse anche per l’ineludibilità delle imperversanti sequenze. È un male? Non necessariamente. Sarebbe stato bello se ci fosse stato anche quell’optional nella loro proposta? Beh, sì. Ci ho fatto caso: molti ondeggiano ma quasi nessuno balla. C’è piacere, ma non trasporto: la Quarta Parete è rimasta intatta.
Tutto da godere, in ogni caso, l’assortimento di sagome sul palco: l’ottomana compostezza di Yıldız, salmodiante muezzin che non si spettina nemmeno quando si inalbera tra fioriture virtuosistiche; il profilo da hobo decontestualizzato del chitarrista Thijs Elzinga, qualcosa a metà tra Tom Sawyer e Tom Joad; la tutto sommato contenuta esuberanza di Merve Daşdemir, più ninfa eterea che odalisca sguaiata.

La vera sorpresa di questa serata sold out, a conti fatti, è stato il pubblico. E qui fioccano nuove domande – una, fondamentalmente: come diamine si spiega il singalong in estasi di molti spettatori? Hanno preso ripetizioni di turco in vista del concerto? Hanno memorizzato il suono dei ritornelli per riproporlo in una sorta di maccheronico campionamento vocale? O forse anche gli Altin Gün vantano dei leali Deadhead che non li mollano in nessuna tappa dei tour? Si accettano scommesse.

Mi sono divertita? Senz’altro. Li consiglierei? Perché no. Tornerei a vederli? Non credo.

Setlist
1. Koroglu Daglari
2. Vay Dunya
3. Cips Kola Kilit
4. Su Siziyor
5. Leylim Ley
6. Canim Oy
7. Halkali Seker
8. Ervah-i Ezelde
9. Yuce Dag Basinda
10. Macka Yollari
11. Kolbasti
12. Leyla
13. Badi Sabah Olmadan
14. Ordunun Dereleri
15. Goca Dunya
16. Cicekler Ekiliyor
17. Supurgesi Yoncadan

Encore
18. Kirsehir’in Gulleri
19. Yali Yali

[lo trovi anche su Ondarock]

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