[Live Report] Jazz Is Dead 2022

Kali Malone/Stephen O’ Malley/Lucy Railton
Un’ora di statica rincorsa al raga definitivo, introdotta dal mormorante drone Tony Conrad-iano del violoncello della Railton. Il prologo indugia in un afoso monocromatismo da didjeridoo sfondato, tirando poi l’amo verso stelle lontane grazie al phasing multistrato tra i tre strumenti, manco a dirigere il tutto ci fosse Alvin Lucier. Mano a mano la chiazza si allarga, pulsando e friggendo sulla scia di un feedback perenne, senza comunque alterare il non-colore dominante. Una collisione planetaria segnala la raggiunta ascesi, dissolta tra ombre sfocate, razzi di segnalazione e la nebbia radioattiva captata da un contatore Geiger. Abiti militari e sguardo assorto, l’armonium sintetico della Malone domina la scena al vertice del triangolo, ma la sensazione è che la visione doom-fallocentrica del pur liofilizzato O’Malley abbia nettamente prevalso sulla sacra austerità dell’organista (il finale, con il capellone a sventolare la sua EGC SG come un trofeo da Super Bowl, conferma la consumazione della violenza).

Charlemagne Palestine & Grumbling Fur Time Machine Orchestra
Se il set precedente si riallacciava all’India reimmaginata da La Monte Young, qua siamo sintonizzati tra la Mongolia e le Ande, senza trascurare affondi di monofonia gregoriana, con tutti e tre gli orchestrali a devolvere le loro ugole alla gorgogliante causa. L’asso nella manica di Palestine consiste nel perturbare questa melismatica orbita stazionaria con il suo imprevedibile pianoforte, che a diversi gradi di martellamento dissonante può tirare in ballo Ligeti, Steve Reich o Cecil Taylor. Si suona e si campiona in diretta di tutto: flauto, violino elettrico, campanelli, anche un paio di sonori schiaffoni sulle guance (forse motivati dalla necessità di respingere il torpore indotto dalla trance) e un auto-applauso che innesca la risposta a catena di un pubblico abbastanza disorientato. Grasso come un tumore maturo, il blob si squaglia a sorpresa in un etereo aerosol di voci bianche. Il tuttofare newyorchese si conferma campione di genio e sregolatezza anche nel tenere il palco, tra peluche horrorifici, cappellaccio da pescatore della domenica e l’immancabile pinta di whisky sempre a portata di mano.

[leggi il resto su Ondarock]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...