[Live Report] Suzanne Ciani @ Teatro San Leonardo (Bologna) 26/05/2022

La musica di Suzanne Ciani non ce la meritiamo. Me ne convinco ogni volta che riascolto Seven Waves: uno scrigno custode di tanto lucore presuppone una caccia al tesoro che pochi possono provare di aver intrapreso. Ventaglio corallino di riflessi cangianti, il poker marino della sirena italoamericana rimane uno struggente antidoto al cinico autismo della nuova musica d’ambiente. Compositrice sopraffina, stasera la vedrò nei panni a lei altrettanto congeniali dell’improvvisatrice. L’erculea fatica consisterà nel domare il bestione che più di ogni altro ha intimorito i synthmaniac, quel Buchla 200e che Don in persona forgiò apposta per lei.

Ed eccolo già appollaiato sul palco, con il suo groviglio di cavi somigliante agli aculei di un porcospino o alle teste di un’idra. All’ombra di cotanto sperpero analogico si acquatta timida la confortevole, levigata, ragionevole, democratica maneggevolezza di un Eventide H9 e un Moog Animoog, a comporre una straniante natura morta futuribile. Il tutto è immortalato da una camera che proietta in diretta alle spalle dell’esecutrice, come in un tutorial dall’imponenza liturgica. L’introduzione ci invita a notare l’assenza di laptop et similia: non ascolteremo mezza nota pre-registrata, tutto live. Bellissima alla faccia dei 75 anni suonati, giocosa e sorridente come troppo spesso si dimenticano di essere i compositori “seri”, Suzanne entra in scena con la grazia che solo l’omonima canzone potrebbe sottolineare.

Onde pettinate dalla brezza, cinguettii sottomarini di un beluga gonfiabile, masse d’acqua che turbinano maestose: l’attacco sprigiona la solenne tensione di una profezia. Aerei a reazione sorvolano l’oceano sganciando cadaveri di desaparecidos, in una ordito dronico che infittisce le premesse apocalittiche del prologo. C’è però spazio anche per il disimpegno, con i synth a far capolino e sparire come marmotte elettroniche, schivando il catrame che piove da nuvole nere.

Una lenta modulazione instrada la percolazione in provette ambient-techno, lisciata da rasoiate mediorientali. La massa si assottiglia mentre le dita di Suzie fanno schioccare le manopole, tocchi percussivi che risuonano con inquieta fisicità. Le note si allungano fino a spalancare baratri, la macchina perde colpi, esala spasimi, si estingue, ma ecco che un lombrico meccanico spunta fuori dalla voragine apertasi nel cielo. Se l’abbrivio evocava Roly Porter qui potremmo essere tra le fantasie di Caterina Barbieri, invece è Suzanne Ciani.

Bavosi come lumache volanti, lenti dirigibili galattici solcano questo universo morto. Suzie dà fuoco a una miccia invisibile e un incendio soffocato inizia a crepitare, propagando spirali di arpeggiatore e risolini acidi. Daft Punk setticemici gorgogliano tra le ottave basse del pentagramma, formula 1 senza piloti sfrecciano moleste. Un piano inclinato ci precipita in un piccolo sgomitare lontano, poi si ridecolla a tutta birra tra rapide falcate d’elica.

Breve ammollo amniotico e nuove violentissime carezze, con la penetrante disumanità di un Ben Frost. Il fulcro si dilata e diventa sfondo, picchiano tamburi in una giungla di rospi gracidanti, la macumba degenera in un rave drill’n’bass, con gli amen break arricciati uno a uno da spazzolate metalliche. Quel che rimane è pop-corn che spumeggia in una trama di fiammiferi laser, spenti dal getto di vetro di un diserbante cosmico. Suzie abbassa fader e strappa cavi con precisi fendenti, ma a pulsare rimane solo il sonar di un delfino appena nato.

E finalmente arriva, il bordone d’organo che riporta in vita Klaus Schulze. Dopo la foresta, una radura rarefatta. Sentore d’imboscata alla John Carpenter, graffi di cyborg dannati, poi il motore si arresta nel bel mezzo dell’autostrada.

Ritmo costante, coerenza melodica, temi che tornano: un’improvvisazione così compatta e interconnessa non la trovi sotto gli alberi. Una lezione di storia della musica elettronica, di quelle da imparare a memoria.

Ci lancia baci e abbracci con la delicatezza che l’ha sempre contraddistinta, sgattaiola dietro le quinte ma ne riemerge poco dopo per un saluto rigorosamente in italiano, con la voce roca che non ti aspetteresti da una creatura tanto angelica: “So che qui fa molto caldo, ma sono stata contenta di suonare per voi. Ho un legame speciale con l’Italia, anche io sono italiana. Questa sera ho voluto dimostrarvi che il Buchla ha un suono umano, ti parla, e se lo ascolti puoi finire con l’innamorarti di lui”. E a occhio e croce anche di te.

[lo trovi anche su Ondarock]

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