[Intervista] Post-punk: uso e abuso di un termine

Su “Rumore” del mese scorso è apparsa l’intervista che Luca Frazzi ha fatto a me, Pierpaolo e altri speleologi italiani della ristampa in vinile. Si è parlato di passato e presente del post-punk, mentre il futuro rimane non scritto. Di seguito, la versione integrale del mio contributo.

Da quanto tempo ti occupi di musica? Prima come appassionato poi come “addetto ai lavori”?
Provenendo da una famiglia di musicisti sono stato per molto tempo riluttante a ficcare mani e testa in certi ambiti, anche solo per far dispetto a mio padre… Messo alle strette, in prima media ho ceduto alle sue bonarie pressioni, prima entrando come cantante/tastierista in un gruppo costruito a tavolino da un mio insegnante, poi (questo è il mio passaggio preferito, fa molto rockstar in progress!) cantando nel coro della scuola, infine prendendo lezioni private di basso. Al liceo ho iniziato a militare in svariate band della provincia, a impratichirmi da autodidatta con altri strumenti e a scrivere le mie prime canzoni: da lì a trasformare la musica nel perno della mia vita il passo fu breve.

Qual è la tua formazione musicale? Cosa ascoltavi da ragazzo e come sei arrivato al punk e al post-punk?
Come detto, per molto tempo mi sono categoricamente rifiutato di ascoltare musica, il che non mi ha sottratto all’influenza “passiva” dei riferimenti paterni (black music in primis, ma anche beat, progressive e classic rock). La prima sollecitazione forte fu la morte di George Harrison: incuriosito dal clamore suscitato dalla sua scomparsa iniziai a rovistare nell’archivio beatlesiano domestico, finendone presto ingoiato. Da lì iniziò il mio meticoloso percorso a ritroso nella storia del rock, durante il quale incrociai prima i cantautori americani e poi la musica nera, il prog, la psichedelia. Tramite i Velvet Underground svalicai in terreni “maledetti” che divennero presto tra i miei prediletti, nella speranza di dare più fastidio possibile a una città inguaribilmente clerico-fascista. Il punk divenne in breve tempo il mio terreno d’elezione, con una particolare predilezione per l’hardcore statunitense (per un periodo della mia adolescenza ho anche aderito più o meno convintamente allo stile di vita straight edge). Di pari passo è andata la mia fascinazione per il post-punk, in particolare quello più radicale e intellettuale. Durante queste peregrinazioni stilistiche, galeotte furono alcune letture formative (su tutte il mitico “Dizionario del pop-rock” della Baldini e Castoldi e i libri di autori come Lester Bangs, Simon Reynolds, Riccardo Bertoncelli o Federico Guglielmi, mentre ho sempre avuto un rapporto poco più che saltuario con le riviste) a cui si sommò solo in un secondo tempo il web (prima Debaser, a seguire Scaruffi e Ondarock, di cui sono in seguito diventato una firma con mia enorme soddisfazione).

Quando hai deciso di fare della musica una professione, e perché?
Sono allergico al lavoro e spero di non dover mai intraprendere alcuna “professione” (brr). Detto ciò, nelle varie declinazioni attraverso cui l’ho manipolata (musicista, fonico, critico musicale, produttore discografico) la musica è sempre stata uno degli assi portanti della mia esistenza: inevitabile che si tramutasse anche in un’entrata economica. Da quando mi sono accasato con la Rave Up è diventata a tutti gli effetti un’occupazione a tempo pieno e una fonte di reddito. Sono molto grato a Pierpaolo per avermi proposto di entrare in società, sia perché sono da sempre un super-fan sia perché mi ha insegnato uno dei lavori (uff) più belli del mondo!

Tracciami il tuo profilo “professionale” (quando hai cominciato, che percorso hai fatto, etichette, anni, eccetera)
Procediamo per tappe. Dopo il liceo classico nella mia cupa città natale e alcuni improbabili mesi alla facoltà di filosofia di Parma (?), dove confidavo di approdare a una magistrale in critica cinematografica presto annientata dalla falce della Gelmini, ho provato a iscrivermi all’Accademia dell’Immagine de L’Aquila per studiare cinema: evidentemente nemmeno stavolta il Padre Eterno era d’accordo, se ricordate cosa successe proprio in quei mesi da quelle parti… Mi sono quindi trasferito a Roma, dove mi sono diplomato in regia all’Act Multimedia di Cinecittà e successivamente in ingegneria del suono all’accademia Absonant. Negli stessi anni ho fatto di tutto, dal bazzicare a tempo perso il Dams allo spendermi come filmmaker/fonico o al collaborare con una casa editrice indipendente. Solennemente abbandonata insieme alla mia adolescenza, la musica era intanto riapparsa di soppiatto nel mio radar, suonando con un nuovo gruppo (con cui ho anche inciso un disco), improvvisandomi promoter per una band di amici e provando a organizzare eventi. Dopo sette, sfiancanti anni nella Capitale sono fuggito a Bologna, dove vivo tuttora. In quel periodo, oltre a portare avanti il mio percorso sia cinematografico (frequentando un’accademia di documentario etnografico) sia fonico (interessandomi di post-produzione) sia musicale (collaborando anche con vecchie glorie dell’anarchopunk locale come Steno e la mia cara amica Helena Velena) ho iniziato a scrivere profusamente di musica e non solo su varie webzine (Just Kids, Magazzini Inesistenti, Distorsioni), fino al decisivo ingresso nella redazione di Ondarock (e successivamente del gemello Ondacinema). Per i ragazzi della mia generazione il portale fondato da Claudio Fabretti ha rappresentato l’oracolo musicale per eccellenza: diventarne parte integrante è stato motivo di grande realizzazione. I miei rapporti con la scrittura sono comunque di lunga data, avendo già curato un paio di blog (uno dei quali ancora attivo) ed essendo stato membro attivo della community italiana di Wikipedia. Pierpaolo arriva in questo periodo: da anni legati da reciproca stima oltre che dalla stessa infausta provenienza geografica, abbiamo cominciato a ragionare insieme sulla scrittura (ancora in corso) di un volume dedicato alla storia controculturale picena. Nel frattempo il rapporto si è intensificato e lui, prevedibilmente, ha finito col farmi la proposta che sotto sotto aspettavo… Contribuendo alla causa anche come fonico di mastering e grafico, la Rave Up è a tutti gli effetti un modo per mettere a frutto in modo professionale e creativo molte cose che ho appreso in questi anni. È curioso perché avevo giurato a me stesso di non immischiarmi mai con nessuna etichetta, mentre ora mi ritrovo ad averne addirittura due (l’altra è la Cassowar, la mia “label fantasma di musica informale” con cui divulgo tra il serio e il faceto jam, incisioni domestiche e altro “amateriale” che non troverebbe altra destinazione discografica).

La Synthetic Shadows nasce come una branca della Rave Up, dedita espressamente al punk. Perché nasce, e con quali obiettivi?
Come suggerisce il titolo, è una sublabel devota a certe sonorità “fredde”, dominate da sintetizzatori e drum machine e avvolta da una foschia esistenzialista tutta europea, pur avendo recuperato anche qualche band USA. Il fiore all’occhiello è il lavoro di riscoperta sui gruppi minimal-synth italiani degli anni ’80, una miniera d’oro per i remix dei dj, tra i quali mi preme segnalare i nostri validissimi concittadini Network. Tra i titoli in catalogo che preferisco cito almeno Jacket Weather, System 56, Red Asphalt e Illogical Sound.

Pensi ci sia ancora materiale italiano dell’epoca di qualità che ancora non è stato ristampato e che meriterebbe di esserlo?
Una delle prime cose che ho imparato facendo questo mestiere è che il passato è un pozzo apparentemente senza fondo: non oso nemmeno fantasticare sulle meraviglie che ancora giacciono sepolte, e non vedo l’ora di lanciarmi alla loro riscoperta speleologica! Anche perché, altra lezione presto appresa, troveremo sempre qualcuno disposto ad acquistarle…

La collocazione cronologica del post punk per te qual è? Dal ’79 all’85 o pensi che l’arco di tempo vada allargato?
La periodizzazione storico-estetica è sempre argomento pestilenziale, ma proverò a dire la mia. Premessa volutamente saccente: una cosa che a molti continua a non essere chiara è che post-punk non stia per “dopo il punk” ma “oltre il punk” (è il motivo per cui band fondative del post-punk come Television, Suicide, Devo o Pere Ubu sono state contemporanee se non addirittura precedenti all’esplosione del punk). Questo è valido soprattutto per gli Stati Uniti, mentre nel resto del mondo il discorso è più lineare: che si tratti di darkwave/goth, synth-pop o del punk-funk di Gang Of Four e Pop Group (il mio filone preferito), il post-punk è stato a tutti gli effetti un superamento sia cronologico sia stilistico del punk, a seconda dei casi consistito in una contaminazione o in una destrutturazione delle sue forme originarie. Dovendo indicare un’età dell’oro per il non-movimento, ti direi ’78-’84.

In Italia all’epoca si usava il termine “post punk” tanto quello di “new wave” o “dark” (per non parlare poi delle derive gothic e dintorni). Pensi invece sia meglio mettere qualche paletto e differenziare/delimitare gli ambiti?
Dunque, io ho sempre utilizzato indifferentemente i due termini come sinonimi, mentre molti preferiscono indicare con “post-punk” la fase embrionale del fenomeno, quella con un più alto tasso chitarristico, e come “new wave” quella più matura, in cui sono le tastiere a farla da padrone. Mancando un manuale di istruzioni ufficiale, credo rimangano sostanzialmente validi ambedue gli approcci.

Perché pensi che in Italia il genere all’epoca abbia fatto tanta presa? La nostra cultura non era certo affine a quella del nord Europa e di certi scenari…
Innanzitutto credo vada puntualizzato che, pur annoverando una miriade di nomi di assoluto rilievo (Gaznevada, Confusional Quartet, Stupid Set, Hi-Fi Bros, Krisma i primi che mi vengono in mente) la via tricolore alla new wave nel complesso non ha brillato della stessa originalità che ha invece contraddistinto “italianizzazioni” riuscitissime come il prog o l’hardcore: prova ne sia il fatto che, vuoi proprio per questa natura così derivativa, all’estero non abbia goduto dello stesso prestigio. Ciò non toglie che la scena artistica italiana di fine anni ‘70 ribolliva di desideri e nevrosi, complice anche l’incandescente contesto politico, e questo non poteva non portarla a guardare con curiosità al verbo nuovo emanato da New York, Londra o Berlino. Paradossalmente è stato proprio il clima da guerra civile che imperversava nel paese a frenare una diffusione di massa sia del punk sia del post: se per sfogare la tua insofferenza giovanile potevi rivolgerti alla lotta armata, con una chitarra o un synth ci facevi relativamente poco. Ciò non ha impedito un’interconnessione tra arte (in particolare musica) e politica che, a conti fatti, non ha eguali in Occidente, non essendoci stato nessun altro paese altrettanto dilaniato dai conflitti tra Stato e opposti estremismi. L’underground italico, in ogni caso, si è sempre contraddistinto per una voglia di sperimentazione e una capacità di sintesi multidisciplinare rara, cosa che nel sottobosco continua ad avvenire: l’assenza di un mercato e di una società ricettiva sono sempre stati squilli di tromba per serrare i ranghi anziché campane a morto per disperdersi.

Come giudichi quella che oggi definiscono la “nuova” scena post punk? (Fontaines DC, Idles, eccetera).
Personalmente, pur non disprezzandola, mi coinvolge poco. L’essermi avvicinato alla musica senza l’influenza di un periodo storico contingente o di una comitiva di amici ma in maniera solitaria ed enciclopedica mi ha permesso di schivare le inevitabili truffe in cui incappa chi, più o meno colpevolmente, non è abbastanza preparato: nei primi 2000 assistevo alla “rinascita” di certe sonorità proprio mentre stavo imparando a conoscere gli originali e non ho mai avuto dubbi sulla preferenza verso i secondi. A parità di cachet, chi assumerebbe un imitatore al posto di un comico di razza? Il post-post-punk credo sia andato delineandosi in tre periodi distinti: la “generazione Talking Heads” capitanata dai Franz Ferdinand, innamorata delle chitarrine taglienti e dei ritmi dance-funkeggianti; la “generazione Joy Division”, sdoganata dagli Interpol, tutta chorus e voci baritonali (la meno pregnante di tutte, per quanto mi riguarda); e adesso questa “generazione Fall” propulsa dai Fontaines DC, che accoppia slogan sobillatori a musiche sgradevoli e cacofoniche. Ascolto sempre con interesse queste nuove proposte, complice anche la mia attività di recensore, ma raramente ho rimesso sul piatto uno dei loro dischi. A mio giudizio, l’ultima band capace di innovare il punk sono stati i Fucked Up, autori di quello che continuo a considerare il più importante disco rock dell’ultimo decennio (David Comes To Life, lo Zen Arcade 2.0), il resto tende quasi sempre a mimetizzarsi con la tappezzeria. Ritengo comunque positiva la presenza di questi gruppi e ne condivido le rivendicazioni politiche, nella speranza che possano spingere i loro seguaci ad approfondirne le origini musicali e militanti.

Pensi ci siano connessioni col post punk originario solo nella forma e nello stile o anche nell’attitudine e nello spirito? In sintesi: ha senso definire “post punk” la scena di oggi?
Ti rimando alla definizione di poco sopra: se “post” sta per “poi” senz’altro, se invece vuoi intendere “oltre” per lo più direi di no, dato che si procede con la retromarcia ben inserita. Ricordi il caro vecchio adagio secondo cui una matrice etica ed estetica vada rintracciata nell’attitudine più che nelle forme immediate? Io ne rimango persuaso ed è il motivo per cui avverto sentori post-punk nei mixtape dei giovani producer africani (i nuovi brutti, sporchi e cattivi, con la loro elettronica sghemba e squattrinata) piuttosto che in questi pallidi emuli di ben più fulgide stagioni.

Prossime uscite in cantiere?
Una doppietta davvero bizzarra: i Dangerous Girls, band art-funk di Birmingham direttamente dal ‘78, e i Fol Jazik, il primo gruppo punk macedone, da consigliarsi rispettivamente ai cultori del post-funk più spigoloso e ai weird-maniacs.

Infine: perché ristampare post punk oggi, nel 2021?
Ti darò una risposta alla Malcolm McLaren, non ti meriti altro: perché vende sempre! È uno dei primi comandamenti che mi ha impartito Pier: una band nuova è un rischio, devi investire per promuoverla e non è scontato centrare il bersaglio commerciale, mentre stampando anche il più oscuro gruppo d’annata troverai sempre qualche appassionato (stavo per scrivere fesso) disposto a sborsare cifre considerevoli per accaparrarselo. Il collezionismo è il funerale dell’autenticità, dirai tu (e sono d’accordo), ma se cavalcato con onestà e cura per i dettagli può trasformarsi in una missione appassionante oltre che in una redditizia gratificazione.

(foto di Roberta Tarquini)

[da “Rumore”, Novembre 2021, pp. 90-99]

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