[Ascolti] Bruce Haack – Preservation Tapes (Telephone Explosion, 2018)

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“This is Bruce Haack. My music encompasses all forms, produced electronically on synthesizers which I have built”: non potrebbe esserci incipit migliore per questa preziosa raccolta di inediti, assemblata per i trent’anni dalla scomparsa da quella stessa Telephone Explosion che, amorevolmente, sta ristampando i suoi lavori più significativi. Pochi altri artisti hanno dato tanto all’evoluzione della musica elettronica quanto questo sottovalutato pioniere canadese, tra i primissimi a intuire le potenzialità delle canzoni per sintetizzatore: lontano dalle astratte suite ambientali dei compositori suoi contemporanei, Haack ha messo quei suoni alieni al servizio di brani brevi e orecchiabili, preconizzando il synth-pop con un’abbondante ventina d’anni di anticipo. Anche la sua filosofia ha fatto scuola: l’inno cyberpunk ante litteram Program Me è null’altro che l’embrione del mito kraftwerkiano dell’Uomo-Macchina.

Genio visionario e naïf, già alla fine degli anni 50 inizia a pasticciare con sintetizzatori e campionamenti. I macchinari se li costruisce da solo, riciclando apparecchiature di ogni genere e manovrandoli con tutto il corpo (anticipando in questo gli esperimenti dei Silver Apples, suoi ideali discepoli). Tra le sue bizzarre invenzioni, almeno tre meritano di essere citate: il “Dermatron” (un sintetizzatore sensibile al calore della pelle), il “Musical Computer” (un campionatore portatile incastonato in una valigia) e il “Farad” (un vocoder dall’inconfondibile timbro cibernetico, che diventerà il suo vero marchio di fabbrica). Negli anni il suo incontenibile talento si sfoga nelle forme più varie e improbabili: canzoni per bambini, christian music (Garden of Delights, datata 1963, è probabilmente la prima “messa elettronica” della storia), jingle pubblicitari, apparizioni pseudo-circensi al “Tonight Show” di Johnny Carson in cui sbalordisce il pubblico con le sue trovate (vedi i sorprendenti numeri di automazione sugli strumenti musicali, sconfinanti nella pura robotica).

La svolta avviene con il concept album The Electric Lucifer, uscito nel 1970 per la Columbia, dove inscena una mirabolante guerra tra Paradiso e Inferno risolta dal provvidenziale avvento del “Powerlove”, amore universale che redime Lucifero in persona: è uno dei più grandi e misconosciuti capolavori del periodo, un saggio di psichedelia elettronica avanti anni luce, oltre che un requiem fantascientifico (ma tutt’altro che distopico) per l’era hippie appena dissoltasi. Riascoltato oggi, al netto delle pur deliziose ingenuità, quel suono vibrante e disumano lascia ancora a bocca aperta. Da lì la carriera prosegue tra alti e bassi ma la voglia di sperimentare non si arresta, incrociando il cammino con un altro titano come Raymond Scott e misurandosi con la dance e il rap (Party Machine, 1982, insieme a Russell Simmons), fino alla morte avvenuta nel 1988, a soli 57 anni, per un’insufficienza cardiaca causata dal diabete.

La sua assurda vicenda è narrata nel documentario del 2004 Haack…The King of Techno, seguito l’anno dopo dal disco-tributo Dimension Mix. Beck, Mark Oliver Everett, Stereolab, Money Mark, Mouse On Mars, Luke Vibert: sono solo alcuni degli artisti che, nel corso degli anni, hanno ammesso il loro debito con questo folgorante anticipatore. E ascoltando queste dieci, incredibili composizioni, appare più che mai evidente: dal krautrock ai Suicide, da Gary Numan a Moroder, dalla techno di Detroit ai Daft Punk fino al David Lynch musicista, tutto sarebbe stato impensabile senza le visioni di Bruce Haack, il Lucifero Elettrico.

Tracklist
1. When Mothers Of Salem
2. Little Things
3. Untitled 1
4. Untitled 2
5. Untitled 3
6. Party Machine (original version)
7. Untitled 4
8. Jesus Loves Me
9. Untitled 5
10. God Be With You

[lo trovi anche su Ondarock]

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